siamo un po' tutti, cuori nel deserto
stanotte per l'ennesima volta ho visto l'ultimo samurai. magnifico e straziante con questa figura egregia valente nobile che accetta senza piegarsi la sua fine pur combattendo fino alla fine. non so quante volte ho visto 'sto film, tre quattro cinque e ogni volta riesco a trovare signifcati diversi e spunti nuovi su cui riflettere o su cui ho riflettuto senza pensare. la prima volta ero all'atlantic, il multisala su via tuscolana. rimasi senza parole, decisi allora che mi sarei fatta tatuare una tigre aggressiva ma docile impetuosa e battagliera com'è poi in fondo il mio carattere. mi rividi in quel samurai e nello stesso tempo rividi me stessa in nathan che deve imparare a guerreggiare come un samurai. "troppa mente" gli grida uno di loro. ed è vero, eccolo un altro dei miei difetti barra pregi. a volte concentrarsi su una cosa sola senza disperdere energie su mille e un proposito contemporaneamente è più salutare e rende di più. senza saperlo dimenticai quella scena del film e qualche anno dopo mi tatuai sulla mano "no mente": un'ambizione, un punto di partenza o comunque d'arrivo verso cui dirigersi. cerco sempre di concentrarmi su una cosa sola, ma poi arriva quest'animale combattivo e indomabile che mi porto dentro che cerca di superare l'insuperabile, come il tonno (la marca). chiedo troppo a volte a me stessa e agli altri. cose insopportabili. o forse cose che tendenzialmente faccio in maniera tranquilla senza farle pesare. chiedo troppo alle mie gambe che i tendini il più delle volte arrancano dietro la voglia di correre. alla mia testa che bolle come il ragù sul fuoco. al mio cuore che pompa pompa senza mai fermarsi. "fattelo scivolare addosso" è il consiglio che sento spesso. mi farei scivolare tantissime cose addosso, un bel corpetto di seta che cela due seni femminili un cubetto di ghiaccio durante una notte rovente un profumo di sandalo che inebria la testa ma la vita quella proprio non riesco a farmela scivolare via. e così a volte, senza infamia e senza lode ma soprattutto senza pretese, mi sento come l'ultimo dei samurai, a difendere valori obsoleti persone fasulle obiettivi inarrivabili e una vita che, malgrado le sorprese, mi sembra sempre più scontata. e neanche è periodo di saldi!
ahò è meglio quando mi alzo tardi, almeno evito di scrivere 'ste minchiate!
grande, accogliente, gelida come solo una donna può essere, decadente, immensa, smisurata e abbondante come i fianchi larghi delle donne d'altri tempi, mastodontica e infernale ma anche piccola e discreta in certi vicoli, e poi imponente nei grattacieli che ti sembra di esser in alta montagna. new york è tutto questo e molto altro. appena arrivi non puoi non sentirti a casa; catapultato in una realtà che hai sempre visto nei film, nei documentari, nelle sit com: ogni angolo è casa tua e ti fa sentire a casa. vedi un ponte e pensi a woody allen, scorgi un palazzo e ti ricordi di quell'inseguimento di polizia sulle scale antiincendio, vedi il central park e pensi all'ultimo film che hai visto quello dove jodie foster viene aggredita col suo ragazzo, guardi i palazzi e ripensi a tutte le foto degli sky line, alzi il naso verso il cielo e ti ritorna in mente l'undici settembre e ti sembra quasi che da un momento all'altro un altro aereo, un altro tonfo, un altro scoppio, un altro dramma possa accadere. respiri aria pulita malgrado sia una delle città più grandi e inquinate: sarà il vento gelido di marzo che riesce a spazzar via tutto anche i brutti pensieri. quello che ti colpisce è che le strade siano piene di macchine, di taxi, di gente ma non c'è il frastuono di roma. saranno le macchine automatiche o gli asfalti studiati ad hoc o particolari silenziatori dei motori o sarà che tutto è così immenso che il rumore prende le valigie e se ne va via e non rimbalza come a roma da palazzo a palazzo. le strade enormi, piene di persone che vanno vanno corrono mangiano parlano ti sorridono si fermano ai semafori rossi e aspettano per poi ripartire andare andare mangiare parlare sorriderti insomma una metropoli che non si ferma mai, ventiquattro ore su ventiquattro c'è gente che lavora, studia, ride scherza un ciclo di vita continuo che non s'arresta. lavorano tutti, neri bianchi cinesi italiani ebrei che vendono diamanti con una street dedicata marocchini portoricani spagnoli una miscellanea di razze che ti sembra di stare in giro per il mondo rimanendo fermo in una città. agli angoli delle strade camioncini con ogni tipo di goduria mangereccia, hot dog cous cous kebab cimabelle muffin solo percorrendo una strada potresti ingrassare dieci chili. tu vai e quartiere dopo quartiere ripercorri la storia di una Paese vedi le razze più strane i vestiti più assurdi le scarpe più colorate e in questo grande disordine culturale c'è un ordine (almeno apparente) ben preciso: tutto fila tutto è perfetto pulito pensato ponderato soppesato meditato e ragionato con cura in ogni suo particolare. insomma dal gran caos ne esce una macchina lavorativa ineccepibile e senza intoppi. io a new york ci farei la barista l'operaia la baby sitter la dog sitter la musicista o la barbona chi se ne frega, ma ti sembra quasi che ci sia un'oppurtunità per tutti, una anche per te. credo che alla fine l'america ti coccoli e chi se ne frega se lo fa solo per business, l'importante è che lo faccia abitutati come siamo a prendere un toast al bar con la cassiera che ci guarda male e la barista che ci guarda storto. se dovessi ripensare a quei due giorni a new york me la rivedo in bianco e nero una città d'altri tempi educata e forse tramortita dalle batoste ma fiera bella e impassibile coi colori dentro racchiusi in ogni bar ristorante negozio albergo bistrò ma determinata fuori come solo il bianco e il nero sanno essere.
(segue los angeles, maybe)