“cade la pioggia e tutto lava” mi sa che sto proprio invecchiando. sono appena tornata dalla spesa, finalmente per me e non per il pub; mi ritrovo nel sacchetto bianco e rosso marcato giesse un bel chilo e mezzo di terriccio e i semini del basilico. se qualche tempo mi avessero detto che avrei avuto il desiderio di piantare qualcosa in vita mia che non fossero chiodi arruginiti nel muro o persone rigide nella vita, credo che mi sarei messa a ridere scompisciandomi per una bella mezz’ora con le gambe all’aria e le lacrime agli occhi. ho sempre detestato le piante, i fiori, i semi, il contatto con la terra e tutte le fasi che ne conseguono: dare acqua con una certa regolarità, girare per il terrazzo per ispezionare i risultati, togliere le erbacce e i rametti secchi, insomma tutte quelle cure che già faccio regolarmente sul mio corpo con rasoi, cerette e pinzette per togliere tutti i peli in eccesso, forse dovrei provare anche per le persone in eccesso. da quando due mie amiche mi han lasciato per più di un anno e mezzo le loro piante sul mio balcone, sono diventata una giardiniera provetta e più di una volta abbeverandole mi son ritrovata a parlarci col pensiero cercando di trasferire loro tutto il benessere che in quel momento una cascata d’acqua poteva dare. le piante hanno apprezzato così tanto che spesso la notte bussavano alle mie serrande ridendo e invitandomi a cena e le mie amiche contente e soddisfatte hanno riportato a casa loro le loro figliole rigogliose e verdissime senza neanche dirmi a, figuriamoci b. “cade la pioggia e tutto casca” l’idea del pallone ieri è stata grandiosa. scriverci sopra dei messaggi che arrivassero in mare aperto senza sapere chi o quando o forse mai: il mio bestemmione a lettere cubitali, un pensiero per il futuro da parte del coach, un pensiero poetico da parte di scrì, una battuta “innocente” e una ironica da parte di dada. se uno ci pensa bene a volte ci si diverte con poco, pochissimo. un’idea, un tormentone, una corsa senza freni inibitori o solo una partita a tennis sotto il sole cocente che non lo fa nessuno, uno slalom sul raccordo tra le macchine intorpidite dal sole al ritorno dal mare o solo un pallone bucato su cui lasciare un’impronta, la tua impronta. “cade la pioggia e tutto tace” una vita fa, una mi disse che le persone non sono spazi vuoti da riempire a nostro piacimento. nessuno si impossessa di nessuno se non è l’altro a volerlo. ho visto piangere qualcuno ieri sera. mi ha fatto male vedere, ascoltare, mi ha fatto male accertare che le mie sensazioni ancora una volte eran giuste. ho piantato un seme nel suo cuore con le mie parole. non so se sboccerà o rimarrà ancorato all’aridità di una terra solcata solo dai sensi di colpa di una vita piena di doveri sacrificati ai piaceri. un vero amico ti lascia libero, ti lascia sbagliare, ti lascia vivere. non esistono parole e processi mentali fatti solo per il bene di un altro: esiste la libertà, esiste la vita, esiste la propria vita. esiste l’amore, gli eccessi, i successi del cuore e non solo quelli lavorativi. esiste il sorriso, il tuo sorriso di oggi. rivedendo le tue foto di qualche tempo fa, non ti riconosco: oggi sei un’altra, malgrado me. e se un amico non apprezza il tuo viso solare quello che porti oggi con disinvoltura, mi chiedo tacendo: quanto bene può volerti? “cade la pioggia e tutto è pace” è strana questa frequentazione dell’ultima ora: monica, la soppressata, il loro cane nero focato e tenerissimo. riesco persino a interagirci come con una coppia qualsiasi, riesco a parlar loro al plurale, a dire “che fate oggi, dove siete state, dove andate in vacanza, a quando un bambino vostro”; direi che ho fatto grandi passi senza neanche le scarpine chicco per proteggermi. ogni tanto mi fa strano, appena due anni fa o tre e chi li conta più, eravamo noi la coppia. oggi vedo tutto questo dall'esterno: mi chiedo se ho raggiunto una pace interiore che mai avrei immaginato; o forse come dicevan tutti era soltanto questione di tempo o meglio aveva ragione allora il sommo poeta che scriveva che non si muore per amore?
per fortuna si muore e si muore d’altro, si muore di noia, di agonia, di stress lavorativo, di paranoie, di lontananza, si muore perché ci si uccide con il vino o col il lavoro o con entrambi insieme, si muore suicidandosi coi sensi di colpa senza ascoltare i sensi del corpo, si muore di solitudine, di malinconia, di obesità dell’anima e del cuore, si muore per depressione o solo uccidendo gli altri per affermare sè stessi, si muore partorendo bimbi incazzati o solo cazzate infantili, si muore restando vivi e questa è la morte peggiore da non augurare a nessuno. quello che è certo è che non si muore per amore. a meno che non sia la passione a morire. allora lì son cazzi e neanche un canguro!

...la mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
scrivi tu la fine
io sono pronto
non voglio stare sulla soglia della nostra vita
guardare che è finita
nuvole che passano e scaricano pioggia come sassi
e ad ogni passo noi dimentichiamo i nostri passi
la strada che noi abbiamo fatto insieme
gettando sulla pietra il nostro seme
a ucciderci a ogni notte dopo rabbia
gocce di pioggia calde sulla sabbia
amore, amore mio
questa passione passata come fame ad un leone
dopo che ha divorato la sua preda ha abbandonato le ossa agli avvoltoi
tu non ricordi ma eravamo noi
noi due abbracciati fermi nella pioggia
mentre tutti correvano al riparo
e il nostro amore è polvere da sparo
il tuono è solo un battito di cuore
e il lampo illumina senza rumore
e la mia pelle è carta bianca per il tuo racconto
ma scrivi tu la fine
io sono pronto...
negramaro
da quando è scoppiato ‘sto caldo bollente non riesco a fare più una dormita placida e tranquilla. non so se per emulare il tour de france, ma ormai il mio sonno nell’incontro scontro col letto è contrassegnato da tappe. la tappa di pianura arriva verso le quattro quando mi metto a letto che son talmente cotta di lavoro, della giornata e delle chiacchiere inutili che nella mia camera potrebbe esserci uno stuolo di gechi affamati, di ladri con mascherina nera e piedediporco in mano, di presenze strane dall’aria minacciosa, persino billaden in persona con un mitra in una mano e le armi batteriologiche nell'altra, che non sento ragioni e m’addormento di colpo con la bocca aperta che sbava ma che in compenso rinfresca il cuscino.
verso le sei del mattino che comincia ad albeggiare e non si senton più neanche gli uccelini partiti verso luoghi più freschi o forse boccheggianti sul primo albero a sinistra, comincia a scendere sul mio letto una bolla di calore di caldo assassino e asfissiante che brucia tutti i peli a disposizione e mi fa risparmiare anche sulla ceretta dall’estetista, peccato che pelata, vista la natura, sembro telly savalas nel tenente kojak e non l’affascinate sinead o’ connor, ahimè. non so per quale forza della disperazione o di un’antica sopravvivenza della legge della giungla riesco a tirarmi su dal letto e mettermi in piedi che pure in piedi non me la passo bene visto il dolore ai tendini che nel camminare sembro vincenza la vicina novantenne di mia madre. riesco a trascinarmi fino all’acqua fresca nel frigo senza capire chi sono io, da dove vengo ma salutando comunque l’arrostino dandogli del voi, così per rispetto; riesco ad aprire la finestra della cucina e una caldo africano con tanto di azzurri tuareg mi invade le narici, il corpo, la faccia e pure i rodimenti di culo. ritorno in camera e accendo l’adorato ventilatore per prepararmi alla tappa di montagna quella dove ti danno la maglia verde mela e dove si vede il vero campione. mi rimetto al letto dopo aver fatto un giro sulle lenzuola per cercarne la parte più fresca e crollo in uno stato semicomatoso dove riesco a parlare con la madonna facendomi spiegare gli altri sette o otto segreti di fatima, dove intravedo un tunnel bianco alla cui fine c’è uno stuolo di persone urlanti che mi chiede “una media chiara” e dove parlo con antonellina clerici che cantando “sono le tagliatella di nonna pina” mi spiega tutti i segreti per una perfetta cottura delle uova alla coque.
riesco a dormicchiare per altre due orette scarse quando vengo svegliata dal mio respiro affannoso che nel sentirmi mi eccito anche un poco e dalle gocce di sudore che cadono per terra e ho paura che scavino la pietra. guardo il ventilatore con aria minacciosa facendolo sentire anche un po’ in colpa e dicendogli che non ci sono più i ventilatori di una volta, quelli che rinfrescavano l’aria così bene che ti sentivi sulle alpi pennine, coglievi le stelle alpine dentro casa e vedevi anche gli stanbecchi che ti attraversavano il letto al posto delle solite e inflazionate pecore. presa dalla disperazione e ormai in prossimità dell’ultima tappa quella dell’arc de triomphe, accendo la tivvù che tra il giudice amy e le notizie del tg5 riesco a dormire un’altra oretta in un sonno imframmezzato dagli incubi delle notizie disastrose degli incendi in tutta italia. mi ritrovo alle due bagnata fradicia che neanche quando gioco a tennis: sono così stanca come se avessi girato la francia in bici ma comunque vittoriosa per avercela fatta. la cosa strana è che nessuno mi controlla per doping!
le tue parole vagano nell'aria
tracciano segni come gli aerei
volano libere cerchiando il cielo muto
le tue parole entrano nella case
e negli alberghi,
escono dalle macchine
mettono in moto
sussurrano vita e urlano dolore
le tue parole acquistano punti
animano le anime
intonano la melodia
le tue parole scorrono veloci in avanti
e poi ritornano indietro
guardano dall'alto e poi dal basso
le tue parole corrono spensierate
ingrossano le vene della gola
soffiano lievi sulla pelle
addormentano la notte
e dipingono i sogni
le tue parole scavalcano i muri
e poi ruggiscono nei boschi
innaffiano i fiori
accompagnano le mani
le tue parole fanno l'amore
saltano la scuola
cantano il silenzio
e le stagioni che accompagnano gli anni
salutano la morte
le tue parole sono vita
le tue parole s'addormentano di notte
sotto un cielo oscuro e nero
ogni punto è una stella
ogni virgola una cometa
ogni frase la sua scia
ogni riga l'universo.
il tuo. ma anche il mio.

george michael 21 luglio 2007 photo by scrì
in nove mesi, cazzo, si fa un bambino. nove mesi fa mettevo in cantiere il mio bimbo, il locale. era un ottobre di quelli che il cielo si fa rosa confetto alle sette di sera, ero piena di energie e di salute, una io non ancora completamente riconglionita e svagata che alle volte oggi mi chiedo se sono viva o solo il ricordo di una pupa che fu.
c’era ancora marinella, allora. c’eran tante altre che non sento più da secoli. ricordo quella serata di fine settembre che un temporale s’avvicinava verso roma e io lilla lella ero in via nazionale in cerca del boschetto. sono entrata nel locale e subito un colpo al cuore. ho sentito che quello era il mio posto. ho avvertito che dovevo fare di tutto perché quel luogo anonimo e sgarrupato diventasse un posto che sapesse di me, della mia storia, della mia energia, del mio cuore. sono uscita da lì e ho chiamato lavinia. m’ero innamorata, di colpo: un fulmine sbattuto nel mezzo del cuore nello stesso istante in cui un fulmine nel cielo sbatteva su qualche antenna sopra i palazzi. ho scritto a marinella, quel posto mi piaceva da matti. tornando a casa che la pioggia mi batteva sul casco ricordandomi che ero ancora sulla terra, progettavo, fantasticavo, sognavo, mi ripetevo che quello era il posto adatto per me. a casa che non stavo più nella pelle anche perchè ero fradicia, ho cominciato a buttare giù idee, ipotetici nomi, probabili menù, iniziative fantasiose, ho cominciato a navigare per cercare ditte di birra, ditte di catering, ditte e cantieri, mi scervellavo per capire come funzionasse questa macchina che di lì a pochi giorni avrei messo in moto senza neanche avere la patente. le cose della mia vita, amori e lavori, sono sempre state repentine e veloci nel manifestarsi sul mio cammino. ho aperto l’altro negozio che non sapevo neanche cosa fosse la partita iva, non sapevo fare un preventivo e ricordo ancora che i primi tempi di fronte al cliente anziché pensare al prezzo giocherellavo con la calcolatrice scrivendoci il mio numero di telefono e poi sparavo un prezzo a caso o a cazzo, dipende se siete purtiani o no. di solito il prezzo era giusto, ok, il lavoro era preso e io gongolavo e lavoravo, lavoravo e imparavo, imparavo e crescevo. per quanto abbia paura dei gechi e delle farfalle che m’attraversano il cammino, delle ombre nella notte e della furbizia a cui non so mai come rispondere, nella vita lavorativa mi son sempre buttata senza pensarci più di tanto ma solo vivendomi quella follia come chi si butta in mare dallo scoglio più alto che ti puoi far male come no. così nove mesi fa, il giusto tempo per un figlio, ho fatto questo salto nel buio, il mare sotto agitato scuro pieno di onde spumose e bianche e io non so ancora se sto annegando e solo nuotando aspettando la bonaccia.
mi piace pensare di avercela fatta, soprattutto perché ho vissuto, ho visto occhi con le loro storie e bocche con storie diverse dagli occhi. ho conosciuto vite e ragioni, sentimenti e sensazioni, ho conosciuto gente persa e gente dispersa, gente strana o solo stranita; ho conosciuto persone che nel privato, nel mio privato, hanno raccolto le mie lacrime disperate, mi hanno tirato su e coccolato e vezzeggiato e amato in lontananza da vicino come ci conoscessimo da sempre: chi fedele sempre nel dolore e nella gioia, nella salute e nella malattia, in povertà e in miseria sempre accanto nonostante i ritmi, lo stress, le mie bestemmie, le mie ansie, il mio malessere, la mia stanchezza cronica, nonostante ce l’abbia messa tutta per cacciarla lei era lì con me; chi fragile si nasconde dietro il suo essere strafottente per paura di essere scoperta come faccio io, quasi come una sorella (ex); chi piccola e minuta saldamente è al comando della mia vita nonostante pensi che sia io a comandare; chi è lì sera dopo sera e nonostante gli orari di lavoro e i suoi ritmi interiori è sempre con me, attaccata e simbiotica, un animale da palcoscenico; chi importante per quelle serate che si chiudeva noi quattro, con la pioggia e con il freddo, con le magliette a maniche corte e i maritozzi con la panna, con le cena sempre alle otto e la sua piccola birra “bianca”.
stasera si parlava di questa ricorrenza, s’è brindato e io non ho saputo che dire. sembravo uno appena tornato dalla guerra, un reduce da una battaglia dura contro la vita, contro saturno, contro le madonne o solo contro se stesso. abbiam ricordato persone che non ci sono più, gli aneddoti legati a questo o a quello, abbiamo cercato di interrogarci sulle persone nuove, di rivivere risate e lacrime, gli ultimi shottini della staffa e cercato modi per dar via le ultime scorte prima dell’estate, abbiam cazzaggiato come carcerati che stanno per uscire di prigione o come militari con pochi giorni all’alba che a settembre chi lo sa se ti rivedi, abbiamo cercato di ricordare la serata con il massimo della gente o quella con la gente più strana.
io ero là che sembravo estraniata dal mondo, cercavo di dire qualcosa (qualcosa) ma il cervello era temporaneamente ammutolito. ho chiuso gli occhi per ricordare, per capire quanto sia cambiata la mia vita negli ultimi nove mesi, quanto sia cambiata io, quanto il mio modo di relazionarmi, quanto vuoto ho dentro o solo quanto pieno da alleggerire, ho chiuso gli occhi per pensare a tutte le persone passate che non ricordo più, ho chiuso gli occhi cercando di immaginare la mia vita tra altri nove mesi. ma questo farà parte di un altro post. e mica tutto stanotte, per la miseria.
lkads
iniziali che per un motivo o un altro hanno partecipato
a sostenere me e il mio bimbo

Guardo il mondo e penso a testa in giu’
Sopra a un filo che e’ sospeso
Di vertigine in vertigine
Dove e’ piu’ leggero esistere
Dolce e’ vivere nell’aria
L’equilibrio e’ un miracolo
Per un momento io lascio la vita sospesa negli angoli
E mi abbandono all’umana paura di essere liberi
Volteggio piano nel vuoto d’amore
Apro i miei occhi nel blu
Di questo cielo cosi grande
Quando arriva la tempesta qui
Non mi coglie impreparata il vento
L’equilibrio e’ un miracolo
Per un momento io lascio la vita sospesa negli angoli
E mi abbandono alla fragile attesa di nuovi pericoli
Volteggio piano nel vuoto d’amore apro i miei occhi nel blu
Di questo cielo cosi grande
Per un momento io vivo la vita sognata degli angeli
E mi abbandono all’umana certezza di essere fragili
Volteggio piano nel vuoto d’amore che sento dentro di me
In questo cielo cosi grande
pl
la signora anziana esce dalla chiesetta che è ancora giorno. sono le otto di sera, solita scena solita messa in scena. è quel che le rimane, la messa, alla signora: accaparrarsi su, nell'alto dei cieli, un posto in prima fila come col canonerai, fingersi devota, pentita, prostrata e persino frustrata. cammina, la signora anziana, forse novant'anni, a fianco di una tata che l’accompagna o magari della sua figliola dall'aria più vecchia e accigliata di lei. capelli azzurri, la donna, due occhi neri solo un po’ ingrigiti perché velati da quella tristezza il cui confine tra rammarico per una vita andata e l’invidia per chi è ancora giovane è così sottile come le sue gambe secche come pali della luce che escono dalla gonna beige e appena stirata. cammina a stento che non si regge in piedi, la signora dai capelli azzurri. cammina ma non demorde quell’anziana lì. si fa il segno della croce all’entrata con aria sofferente e all’uscita come aria soddisfatta come fosse una bimba che ha recitato la sua poesiola di natale. ogni sera la solita messa in scena per quella messa in chiesa, lei con l’aria dimessa da pia donna cercando di far dimenticare a tutti l’odiosa persona che sottovoce veniva chiamata l’arpia. come la più brava delle attrici, sale sul palco della vita tutte le sere puntuale e precisa, tra le volte immense e le bifore dai vetri colorate, tra gli affreschi antichi e gli altari pieni di ceri ripete con precisione i suoi gesti sicuri marcati d’insicurezza, le sue pose da donna buona e compassionevole, i tremori delle mani che sgranano il rosario; gesti studiati per attirare l’attenzione, per stupire, per dimostrare la sua devozione e la sua fede. sempre le solite mosse, i soliti sguardi furtivi per osservare chi l’osserva, sempre la solita simulazione al fine di scatenare i medesimi commenti, quant’è buona, quant’è devota, quant’è indulgente quella signora lì. la messa in chiesa dura poco, lei è già fuori verso casa, verso la cena che l’aspetta e che le spetta, una minestra con poco olio, le patate bollite e sbucciate con cura accompagnate dal solito pezzettino di stracchino unica golosità che si concede la signora. la signora è sempre profumata, le gocce di colonia che le ricordano la guerra, un giacchettino nero sulle spalle a dimostrazione che la sua vita è finita con la morte del marito, un rosario in legno sempre nella borsetta leggera e svuotata persino della vita. la signora anziana esce di casa solo per la messa serale, unica concessione a una vita privata anche dalle privazioni. le rimane la solita messa in chiesa sperando di essere annoverata tra le anime degli immortali. a noi l’ennesima messa nel culo sperando di non essere confusi tra gli innumerevoli immorali che si dannano l'anima per una t.
"...Tutto resta uguale e i nostri occhi
Annoiati e semispenti
Non si accorgono che il sole
Ci riscalda tutti
E diventiamo semi artificiali
Non abbiamo più l'amore
E scopiamo per capire di non esser soli
Resta qui con me
Inventiamo un mondo che ci faccia piangere di gioia...

...Ed io lo so che è solo un sogno
Che non ci inventiamo niente perché tutto splende
Ma noi non lo vediamo perché siamo velocissimi
E lo so che tutto è niente
Che anche il bianco ha i suoi colori
Per andare fuori dalle case e da noi stessi
Ci farebbe respirare un po'
E tutto resta uguale ed è banale
Non ho testa per pensare
Ma nemmeno per sofisticare tutto
Per la noia per la sete esistenziale
Siamo pronti a conquistare ad odiare
ad ammazzare distruggendo tutto..."
irenegrandi
§§§§§
ma poi giri l'angolo dei tuoi pensieri
e t'affacci alla vita una sera per caso
l'acqua pulita tra gli scogli
la luna che conquista il suo spazio attimo dopo attimo
e come nel cielo s'impossessa di te
con la sua bellezza silente
maestosa
la sabbia sotto i piedi
il mare tranquillo
due chiacchiere senza costrutto
sintomi di una felicità fatta a sprazzi
pezzi
attimi,
istantanee fugaci
di una notte immaginata
a piedi nudi per strada, sotto il portone di un palazzo che getta gocce d’acqua fresca, in barca a vela dondolandosi appena appena, in alto mare ad affogare nei sensi del corpo, sotto le stelle al chiaro di luna, mano nella mano a cercare per terra il futuro tra sanpietrini consunti e cicche consumate, lasciandoci dietro orme grandi come solchi, sgranando gli occhi di meraviglia, sognando di comprare un cane biondo e affettuoso, di vincere alla roulette la partita della vita, desiderando di muoversi muoversi muoversi, smuovendo i neuroni i neutroni i neutrini, neutri come sapone per togliere l’odore in eccesso, decesso, accesso, al cesso lavo i piedi il viso, la pelle ma non le ossa, ossimori di una logica follia, pazzia, pazziata risata, risus abundat in ore stoltorum, scultorei come i culi delle modelle, monelle, monete, denaro, decoro, depero, al contadino non far sapere quant’è buono il formaggio con le pere cotte, mele seno donna occhio libido che sale, cresce, cresceranno mai i fiori a mimongo, mi oppongo, vostro onore, vostro odore, pelle, animale anima-letto, lettiera gatto occhi sguardo riguardo ritardo ciclo, bimbo, nascita morte necrologio, morto un papa se ne fa un altro, e se a morire è un pappa, stelline, formaggino, sandra, bippì, bip, questa è la segreteria telefonica, non sono in casa, lasciate un messaggio, message in a bottle, police, polizia, polizza, vita, eredità, nonno, no no no no, io non ci sto, opposizione, governo, interno, inverno, generale, collina, pelato pomodoro arnaldo, forlani, forlanini, forlimpopoli, i popoli le genti cancella il debito, jovanotti, giovinotti, giovinezza, primavera di bellezza, venere, milo, venere di mirto sardegna viaggi, costumi, terre, sapori, saponi, marsiglia, leonardo, leonilde, nilde, ilde, lidl, lido, venezia, cinema, biennale, triennale, vasca navale, barchetta, barcaccia, borraccia, acqua acqua, date dell’acqua agli assetati, assestati, assèstati, estati estasi forza, aiuto, aiutati che il ciel t’aiuta, iuta, saio, san francesco, uccelli, uccellini, uccellacci, pierpaolo, tarso, carso, cazzo, cazzo, cazzo, fine delle associazioni, associazione, hippiehour, scommessa, vittoria, belvedere, panorama, sperlonga, spelonca, capanna, due cuori, asso, cavallo, re, regina, castello, pisello, principessa, bella addormentata, favola, la favola mia, renato, cassino, casino, maitresse, sogno, puttane, putti, donatello, dona, donna, a piedi nudi per strada, sotto un portone che getta gocce d’acqua fresca, m’innamorai della vita o sol della tua fica?
mi accorgo che ho parlato poco di noi. per un motivo o per un altro: per discrezione o solo perché giorno per giorno mi eri accanto e ti davo per scontata. per distrazione o per non soffrire. solo ora rileggendo i tuoi archivi e parte dei miei rivivo attraverso ricordi interiori ciò che ci ha unito. poche parole scritte, a dire il vero. ti ho negato sempre, consapevolmente o inconsapevolmente, di gridarlo a tutti, questo nostro amore. forse tu avresti voluto strillarlo come quegli adolescenti che lo scrivono su tutti i muri e “ogni canzone mi parla di te”, come dante lo declamò per beatrice, come giulietta lo dimostrò a romeo uccidendosi, come tutti i fidanzati amandosi alla follia vorrebbero non limitarsi ma bruciare e bruciare ed esplodere come i fuochi d’artificio nelle feste di paese.
te l’ho negato prima per motivi contingenti e poi per la sopraggiunta abitudine a non urlarlo più. ed è la cosa che fa più male: l’averti castrato le parole tu che di parole mai centellinate ti nutri.
la cosa che non vorresti mai quando stai con qualcuno è che l’altro si annulli in te ma in fondo quell’ abnegarsi un po’ ci piace a tutti, è quel potere e metro di misura che dimostra quanto si è amati, quanto desiderati, ma soprattutto quanto si è coglioni. e sull’ultimo punto, ti giuro, potrei scrivere per giorni interi trattati tomi e anche opere omnie.
ho vagato nei miei scritti cercando metafore sicure come barche ormeggiate nei porti. ho vagato da sola, camminato, corso, mi sono fermata e ho tirato il fiato, ho cercato di dirti cose attraverso esempi nascosti, mai diretti, mai abbastanza chiari forse lampanti solo a me che li pensavo e li traducevo alla bell’e meglio in parole scoordinate. mi nascondevo dietro muri alti per paura di fare male, maledetta paura di ferire i sentimenti di chi ami. ho scoperto che per essere cattiva devo incazzarmi e tirare fuori la belva che accucciata e legata mi porto dentro; ma quella belvetta stortignaccola e dinoccolata poi si rintana nascosta e l’altroce angoscia del dispiacere a qualcuno prende di nuovo il sopravvento.
reagisco nella disperazione ma mi annullo nella tranquillità e cerco parole che siano dolci miti comprensive esplicative al punto giusto ma non tanto che alla fine mi chiedo anche io, ma che cazzo ho detto, ma soprattutto si è capito ciò che volevo dire. e così nelle corse e rincorse della mia vita faccio il kamikaze dei miei giorni e perdo tutto prima che il tutto faccia perder me per strada. complicanze mentali, indicami la strada giusta che io non la seguirò. indicami la via giusta in modo da cambiare strada.
c’è un piacere unico nello sbagliare, quasi un senso di soddisfazione. cadere nell’errore per non sentirsi perfetti, per sentire vivo il dolore, per smembrarsi le carni dal corpo, per il piacere di fare il contrario rispetto a quel che si aspettan tutti, per vivere sempre al limite visto che il controllarsi sembra essere la regola di una vita già di per sè incasellata. malgrado io dica spesso ridendo e scherzandoci su che sono perfetta, ho il mio piccolo cimitero di errori in cui ogni mattina innaffio gerani dall’aria colorata e margherite m’ama non m’ama, nontiscordardimè azzurri e minuscoli e fiori di campo nati per gioco. ognuno porta un nome, una data, un’occasione mancata, una ricorrenza persa, piccoli omissis, e più d’ una scritta illuminata a giorno che recita più o meno: pupa, che gran cogliona sei. per fortuna ogni tanto va via la luce.

se amando troppo
si finisce per non amare affatto
io dico che
l'amore è una amara finzione
quegli occhi a vela
che vanno e vanno su onde di latte
cosa si nasconde mio dio
dietro quelle palpebre azzurre
un pensiero di fuga
un progetto di sfida
una decisione di possesso?
la nave dalle vele nere
gira ora verso occidente
corre su onde di inchiostro
fra ricci di vento
e gabbiani affamati
so già che su quel ponte
lascerò una scarpa, un dente
e buona parte di me
dacia maraini